“Guarda che è stata la Chiesa a stabilire che la Maddalena dovesse essere una meretrice. Al contrario, pare fosse una signora di una certa influenza: una nobil donna, la discepola prediletta di Cristo, addirittura la sua compagna.”
“Ma quante puttanate hai studiato all’università?” scherzò lui, che avendo studiato a Padova coglieva sempre l’occasione di schernire l’ateneo veneziano, da lui definito “un carrozzone variopinto.”
“Ma è vero! Da cui la leggenda della fuga con la figlia Sara in Egitto e poi in Francia, il Sang Real-Santo Gral e bla bla bla.”
“Oh per Dio, Merlin! Non svelare il segreto del Sang Real a Marco, per carità. Se viene a sapere che Cristo stava con una donna onesta, sprofonda nella confusione. Per lui Gesù Cristo stava solo assieme ai diseredati: puttane irrecuperabili, ladri assassini, ubriaconi e sniffatori di colla. Per portarli sulla retta via, non per assumerli, ovviamente. Assumerlì no, mai: solo i validi meritano di lavorare e tra i validi, dammi retta, non ci sono femmine.”
“Marco avrà pur letto i vangeli gnostici.”
“Merlin, Marco non legge.”
“Be’, tu sei più progressista: lavori con Wilma.”
“Ti sbagli. Wilma è un uomo.”
Non aggiunse altro, né io tornai più sull’argomento. Quando scherzava, era sempre perché non intendeva rispondere. Di tanto in tanto, piuttosto, coglievo la palla al balzo per chiacchierare un po’ di Rosalba Mocenigo. Ogni occasione era buona chiedere sue notizie. Un giorno Dino se ne uscì così: “Ma guardati, sei cotto di lei. Non dovevi andare a trovarla, a cercare di convincerla a riaprire il dispensario. Tempo perso. E sei caduto nella tela del suo fascino. Attento che morde.”
“No sono cotto di lei” risposi seccamente. “Forse lo sarei se avessi vent’anni di più.”
“No, l’età non conta. Contano i dollari e tu non li hai.”
“Ma se la consideri tanto venale, perché lei fai dei regali?”
“Quali regali?”
“Il pane.”
“Ah, il pane. Sai com’è, le donne amano i regali.”
“Fiori, gioielli, non pagnotte!”
“Ma per quelli c’ha già i suoi amanti: nobili decaduti, cacciatori alcolizzati e mezzi orbi, viceministri stressati, commercianti di cavalli, trafficanti di gemme preziose. Che cavolo, io sono un prete, che vuole da me?”
“Dino, sai cosa riferiscono gli autisti quando tornano dopo essere stati da lei? Rosalba gli dice sempre: ‘Dite al vostro father che si tenga il suo pane e che mi sconti l’acqua!’ Hai pensato che forse i tuoi regali con lei non attaccano?”
“Prima o poi riuscirò a piegarla.”
“Col pane?!”
“Certo. Io non ho i dollari, ma ho il fascino della divisa.” Mi strizzò l’occhio, toccandosi il crocifisso di legno che portava al collo.
“Ti vuoi fare anche lei?!”
Sgranò gli occhi: “Ma sei scemo, Merlin?”
“Piegarla a cosa, allora?”
“A non rompere! Mi accontenterei di questo. Sono trent’anni che rompe. Adesso basta, i problemi col tempo si sono moltiplicati e ne ho abbastanza delle sue lagne sull’acqua e su tutto il resto. Sopprimerla non posso, non ci vado in galera per lei, così provo a prenderla con le buone. E se proprio non funziona col pane, passerò al piano B: il vino. Guarda, quello è infallibile: funziona sempre perfino con Wilma.”
Non ebbe il tempo di passare al piano B. Dino uscì di scena nel fiore dei suoi anni, prima di scoprire cosa si provasse ad avere la febbre o il mal di schiena, e senza dover decidere se invecchiare da prete o da marito. Nel 2003, come annunciato, Nyahururu diventò diocesi a se stante e fu affidata ad un vescovo Kikuyu. I sacerdoti italiani, anno dopo anno, lasciarono la città per spingersi sempre più a nord, nelle missioni di frontiera tra i pastori, o tra i Kikuyu delle Aberdares. Marco si trasferì definitivamente nella baraccopoli; i preti e le suore Kikuyu ereditarono la parrocchia di Nyahururu. Wilma rimase alla Farm, mentre il posto di Dino fu occupato dal suo collaboratore più anziano, un sacerdote polacco che non riuscì mai ad entrare in sintonia con la gente del posto. Il nostro progetto di riforestazione proseguì con successo, tanto che venne presentato a Joannesburg nel corso della conferenza mondiale sull’ambiente del 2002. In Kenya piogge torrenziali si alternarono a lunghi periodi siccità. Il nuovo governo Kibaki ideò una riforma agraria per diminuire gli anni di concessione delle terre ai farmer europei, ma nel 2004 i Maasai della Rift Valley e i Samburu di Laikipia, esasperati dall’arsura, occuparono le terre agricole dei wazungu per abbeverare le proprie mandrie. Negli altipiani centrali ricominciarono le tensioni e gli scontri. Rosalba fu tra coloro che ne pagarono le spese: ormai non solo i Kikuyu, ma anche gli innocui Samburu e gli amici Pokot le sottraevano acqua e spazio. Malgrado le difficoltà climatiche e sociali di Laikipia e di tutto il Paese, le indagini sulla morte di Dino proseguirono senza sosta dopo la petizione e la riapertura del caso, e nel maggio del 2005 Charles Magesa venne arrestato con l’accusa di omicidio.
Nel corso della seconda mattinata del processo, il pubblico ministero David Esibi ascoltò le testimonianze dei due poliziotti che avevano catturato Charles, prelevandolo dal suo villaggio a Engelesha. Esibi ripercorse ancora una volta i fatti, dal rinvenimento del corpo all’autopsia, dallo scandaloso referto dell’FBI alla petizione Kikuyu che dopo le elezioni convinse la magistratura a riaprire l’inchiesta, fino alle indagini della polizia di Nyahururu e al mandato di cattura nei confronti dell’imputato.
Erano circa le dieci del mattino quando arrivò il momento del teste chiave del processo. L’accusa contava su di lui come testimone oculare diretto e soprattutto come persona stimata e credibile per l’intera comunità Kikuyu. Il teste era niente di meno che Arcibal ‘Ngamethii, il ricchissimo proprietario terriero le cui piantagioni confinavano con quelle della Farm. Arcibal era immischiato in tutti gli ambienti di potere della città: il prefetto e il capo della polizia gli facevano spesso visita in villa, dove i suoi barbecue erano molto apprezzati. Non c’era decisione politica o amministrativa che non venisse presa previo il suo consenso, sbocconcellando carne di maiale e di capra. Arcibal era un latifondista, un concussore, un abile imprenditore che quotidianamente scambiava favori con i politici locali, incurante delle leggi. Diventato plurimilionario coltivando bulbi di fiori da esportare in grandi quantità in Europa e inquinate di pesticidi le falde acquifere a valle, amava girare a bordo di diverse mercedes nere con vetri scuri antiproiettile e nella propria tenuta agricola aveva fatto costruire perfino una pista d’atterraggio per piccoli aeroplani privati.

Benché di fede battista, Arcibal era un grande amico di Wilma, la quale gli faceva da guida spirituale e da consulente matrimoniale. Aveva infatti cinque figli, tutti eterni studenti all’università a Nairobi per nulla frettolosi di entrare nel mercato del lavoro e di ereditare la sua colossale attività; soffriva per questo e trovava in Wilma un costante conforto. Dino era assai meno diplomatico; ricchezza eccessiva, inquinamento dell’ambiente, potere e corruzione lo urtavano, pertanto non era mai sceso a patti con lui. In assenza di fondi del Comune, aveva fatto sistemare di tasca propria la stradina pubblica che conduceva alla Farm. Arcibal, pur servendosi della stessa via, non gli aveva dato un centesimo. “Moser ha bisogno di soldi?” aveva detto. “Che venga da me.”
Dino naturalmente non andò mai a chiedere l’elemosina e il commento di Wilma fu impietoso: “Montanaro de merda, testa dura par niente, bona soeo a spaccare nozee.”
Ma il father non si spostò di un centimetro: “I soldi bagnati di sangue non li voglio, tanto meno sulla strada che faccio tutti i giorni.”
“Te ghé un servel che no’ lo magna neanca i porsei.”
“E ti te ghé un servel da democristiana intruffolona.”
“Va su par ‘na sucara. Te sé dove ficcartela la to’ bandiera rossa.”
Arcibal fu invitato a raccontare nel dettaglio alla corte quanto visto la sera precedente il rinvenimento del cadavere, ovvero la sera del primo ottobre 2002, precisamente alle ore ventuno e venti. “Stavo rientrando a casa in macchina con mio figlio maggiore Jacob” ricordò. “Avevamo trascorso il pomeriggio a casa di amici a Ol Kalau. Alle nove e venti imboccammo la stradina che conduceva al cancello, quella che Moser qualche tempo prima aveva fatto spianare. Sono certo dell’ora perché guardai l’orologio, per vedere quanto s’era fatto tardi.”
Il pubblico ministero chiese precisazioni: “Quanto dista il Suo cancello da quello della Farm?”
“Meno di due chilometri. Il mio cancello è più vicino alla strada principale. La scena che vidi si verificò a qualche centinaio di metri prima del cancello di casa mia, cioè a pochi passi dalla strada. Dalla Farm sono circa due chilometri e mezzo.”
“Cosa vide per l’esattezza?”
Arcibal si schiarì la voce. “Vidi l’autista della Farm, Magesa, a piedi. Parlava con Moser, che invece stava seduto nella sua jeep bianca, con la portiera aperta. Era buio, ma i fari della mia macchina li illuminarono e li riconobbi.”
“I due si accorsero di Lei?”
“Certamente, di solito non passa nessuno a quell’ora. Il mio autista li superò per proseguire verso il cancello di casa mia, ma loro non rivolsero nemmeno uno sguardo alla mia macchina: erano intenti nella loro conversazione, sembravano isolati dal mondo. Qualcosa di davvero strano doveva essere successo.”
Quando l’avvocato Mimiruk controinterrogò Arcibal, non gli restò che puntare sul fattore buio, per il quale mancava l’assoluta certezza che i due uomini visti fossero la vittima e l’imputato. “Poté udire le loro parole?” chiese al teste.
“No” rispose Arcibal.
“Perché non ordinò al Suo autista di fermarsi per chiedere cosa fosse accaduto?”
“Perché non erano affari miei.”
L’indifferenza e la freddezza umana di Arcibal non bastarono a screditare la forza della sua testimonianza. Charles Magesa a questo punto era inguaiato fino al collo. Il pubblico ministero Esibi chiamò sul banco dei testimoni altre tre persone, due uomini e una donna, tutti piccoli agricoltori del posto, che giurarono di aver visto Charles nei campi dove il mattino seguente venne ritrovato il cadavere di Dino: secondo le loro deposizioni, all’alba Charles vagava solo, a piedi, come uno spettro dallo sguardo assente, un automa senza meta precisa. Fu sentito anche l’altro autista della Farm, un tale Joseph, che confermò lo stato di prostrazione e di rancore in cui versava l’imputato nei confronti del sacerdote padrone. Inoltre, decine di persone a Nyahururu avevano udito Charles Magesa ubriaco imprecare contro Dino e affermare di volerlo morto.
Durante la pausa, io e Marco insistemmo per andare a pranzo con la pubblica accusa, sperando in qualche indiscrezione. Dopo appena un paio di birre, Esibi apparve disponibile alle confidenze e molto sicuro di sé. Le sue conclusioni erano inequivocabili e dopo mangiato, mordicchiando uno stuzzicadente, ci diede un’anticipazione di quella che sarebbe stata la sua arringa finale. “Vi dico com’è andata” affermò, orgoglioso per la piega che stava prendendo il dibattimento, assaporando in anticipo il probabile trionfo giudiziario. “La sera del primo ottobre 2002, Charles Magesa lascia la Farm e si avvia a piedi all’imbocco della strada principale. Si rifiuta di parlare, perciò non sappiamo come potesse conoscere l’ora esatta dell’arrivo di father Moser di ritorno da Ol Moran. Ciò che sappiamo è che Magesa conosceva bene gli spostamenti della vittima, perché aveva accesso al suo ufficio e alla sua agenda. Dunque, quella sera si porta verso la strada. Non può attendere father Moser al cancello della Farm, correrebbe il rischio di essere visto. Finalmente il prete imbocca la vietta, verso le nove e un quarto. Magesa a quel punto fa scattare la trappola. Lo ferma. Recita una parte, gli dice qualcosa per convincerlo a recarsi con lui presso il carcere di Nyahururu: forse che qualcuno della missione è stato arrestato o che è in pericolo. Ma accade un fatto imponderabile. Contro ogni previsione, Arcibal ‘Ngamethii, che di solito è un uomo abitudinario e a quell’ora è già a dormire, quella sera rientra da Ol Kalau in auto, in compagnia del figlio e dell’autista, e trova Magesa e Moser parlare sul vialetto. ‘Ngamethii non si impiccia e prosegue verso casa. Father Moser cade nella ragnatela tessuta da Magesa. Fa salire in macchina il suo carnefice e insieme si recano nel luogo del delitto. Nel retro della prigione, sotto la minaccia di un’arma, il prete viene fatto inginocchiare a terra e picchiato con violenza, come dimostra il referto dell’esame autoptico. Magesa lo prende a calci sul costato, sulla schiena e perfino in pieno volto, fratturandogli lo zigomo sinistro. Poi lo finisce con un colpo di pistola alla tempia e fa sparire il bossolo e l’arma. La scomparsa del proiettile conficcato nel cranio è da attribuirsi con ogni probabilità ad un pasticcio dell’FBI, il mattino seguente, cosa che non ci interessa. L’ora dello sparo, e dunque della morte, risale alle prime ore del giorno, le due o forse le tre del 2 ottobre. In preda al panico, Magesa non lascia subito il luogo del delitto. Vaga per alcune ore nei campi attorno al cadavere, in preda a Dio sa quali malsani pensieri, fino alle prime luci dell’alba. E’ in quel frangente di tempo che, impugnando una lama per nulla affilata che poi fa sparire, compie il vilipendio sul corpo. Magesa è un povero disgraziato, forse viene colto da rabbia per il bell’aspetto e la virilità del muzungu, forse Moser corteggiava sua moglie, chi può dirlo? Non ha importanza. Magari ha ragione la suora, magari ha veramente agito a morsi. Disgustoso, non ci voglio pensare, la giuria stessa non ci vuole pensare. Infine, si pulisce le mani col fazzoletto che sporge dalla tasca del cadavere.”
Il pubblico ministero, tuttavia, omise di mezionare gli elementi in grado di incutere dubbi nella giuria. Dopo pranzo, Marco espresse molte perplessità. “Esibi è furbo, ascolta me” osservò. “A parte la sparizione del bossolo, qualcuno ha estratto il proiettile dalla testa e Charles non aveva né le competenze mediche né gli strumenti per farlo. Di questo non mi capacito. Se sono stati gli agenti dell’FBI, mi domando perché! E la storia della virilità o di Dino con Rose Marie, lasciamo perdere. Gli africani non hanno nulla di che invidiarci in fatto di virilità, lo sai, no? E poi, perché allora non evirarlo di netto? E Mimiruk, quel malato pervertito, so mare puttanassa: un rapporto orale, tira fuori. Ma per piacere. Povero Dino. Le sue parti basse sono diventate un caso nazionale.”
“Peccato che non sia qui adesso” risposi. “Non ho mai conoscito persona più elusiva. Dino era uno che dribblava da Dio: solo lui saprebbe dissacrare un po’ questa storia penosa.”
“Ah sì, sul dribbling non lo si batteva mica, sai. Sapessi quante volte se l’è cavata dribblando, ma non solo con quelli come me e te, gente da poco. Anche col vescovo, col nunzio, con i capi Kikuyu. Niente, quando non voleva dirti una cosa, non te la diceva. Sgattaiolava via con le parole meglio di chiunque altro, il ballista. Chissà se sotto tortura, massacrato di botte, ha parlato.” Notai un certo voyerismo nelle parole di Marco, che insistette: “Chissà cos’ha detto al suo aguzzino. Magari il grande guerriero di Ol Moran è morto frignando come una femmina. O magari gli ha detto: ‘Mi sono fottuto tua moglie’, ma solo per scherzo, eh, intendiamoci, tanto per sfida, o per scacciare la paura. E l’assassino poi l’ha punito per bene. L’uccello scorticato, Madonna che impressione.”
“Dino era un brav’uomo” sospirai infastidito. “Non merita le tue fantasticherie da oratorio.”
“Cos’è che non merita?! Ascolta me. El xera un fiol de puttana. Pace e bene all’anima sua.”
Se la testimonianza di Arcibal era stata il pezzo forte dell’accusa, anche Mimiruk serbava un asso nella manica. La carta vincente della difesa si chiamava Uberto Ferrara, il direttore della redazione giornalistica di Dagoretti, nonché il mio angelo custode quand’ero in pericolo di vita a causa della malaria. Father Ubi era uno dei missionari più popolari del Paese, nonché un coetaneo di Dino e un suo amico sincero da moltissimo tempo. Ebreo di origine, si era convertito al cattolicesimo da ragazzo e, a spese del seminario, aveva conseguito una laurea in teologia, una in filosofia e una in giornalismo. Oltre all’Italiano, parlava molto bene l’Inglese, il Kiswahili, il Maasai, e leggeva correttamente il Latino, il Greco, l’Ebraico e il Sanscrito. A Nairobi aveva fondato alcune riviste bimestrali specializzate in tematiche socioeconomiche e politiche, la cui redazione fungeva anche da sede di tirocinio per molti studenti di giornalismo, oltre che da ospizio di fortuna per i disperati febbricitanti come me. Con un guizzo di genio, dopo aver investito un capitale per allestire la sua sala di registrazione, aveva aggirato il problema della licenza mettendo in piedi un centro di produzione di programmi radiofonici, che venivano poi acquistati e trasmessi dalle radio già esistenti; grazie a questo espediente, Ubi riusciva almeno in parte a informare la popolazione keniota sui vari argomenti in ambito politico e sociale di interesse comune, pur non senza ostacoli burocratici e intimidazioni. Assieme a Dino, per tanti anni si era battuto in prima linea contro la corruzione della leadership, gli omicidi politici, la violazione dei diritti umani e il commercio di armi. Anch’egli rischiava la vita ogni giorno per la fermezza delle proprie idee e la coerenza del proprio operato. Ma il pericolo non lo spaventava affatto, al contrario, sembrava eccitarlo.
Nel 1999, Ubi mi aveva dato un passaggio da incubo fino a Nyahururu. Per strada aveva stordito la mia mente infragilita dalla malaria con terribili aneddoti sulla complessa realtà keniota, alla quale pareva perfettamente abituato. Chilometro dopo chilometro, mi sentivo sempre più vulnerabile e spaventato, e il senso di nausea mi divenne insopportabile. Ubi allora si fermò in una delle tante bancarelle di frutta lungo la Rift Valley e mi comprò delle banane per calmarmi lo stomaco, ma non smise di intontirmi con le sue bislacche teorie fantapolitiche. Sosteneva con fermezza che il più alto e segreto grado della massoneria, pur senza specificare di quale loggia, consisteva nell’adorazione del diavolo, e che il presidente Arap Moi era uno di questi massoni satanisti. Descriveva nel dettaglio allucinanti sacrifici umani con fagocitazione rituale dei genitali; a sua detta, nel banchetto finivano i bambini di strada scomparsi misteriosamente, ogni settimana, nei quartieri della periferia di Nairobi dove sorgevano le cattedrali della setta di Moi. Saltava poi alla scarsa volontà del governo di combattere la criminalità organizzata, come quella degli shiftah, che scendendo dai deserti della Somalia facevano razzie nei villaggi di contadini, ammazzando persone per un paio di scarpe o per un orologio, e finivano poi col rapinare e terrorizzare i turisti della costa. “Organizza un commando di elicotteri” proponeva, “sorvola il deserto e ammazza, ammazzali tutti!” Era uno cui piaceva ascoltare la propria voce e stupire l’interlocutore con svariati racconti. Si vantava di essere un buon cuoco e un esperto degustatore di vini, nonché un sincero amante dell’opera, passione che per anni aveva coltivato andando alle prime all’arena di Verona. Canticchiava di continuo le arie più note di Verdi. E si diceva orgoglioso di come nelle proprie parrocchie fosse riuscito ad imporre la castità pre-matrimoniale, alquanto insolita in Africa, semplicemente terrorizzando i giovani con lo spettro dell’Aids.
Avevamo imboccato la Naivasha Road verso le tre del pomeriggio, lasciandoci alle spalle l’altopiano di Nairobi, con la sua natura rigogliosa e i suoi fiori dai grandi petali, per discendere il pendio che conduceva alla Rift Valley svelando un mondo completamente diverso. Scendendo a valle, dimenticammo il paesaggio verde alpino ed entrammo nella savana desertica, dove la temperatura salì di almeno dieci gradi in pochi minuti. Il cielo celeste si schiudeva fra gli enormi massi nuvolosi in rapido movimento, quell’anno poveri di pioggia.

I babbuini in fila sul ciglio della strada osservavano le auto passare e non si scomponevano nemmeno alle corse chiassose dei matatu; una madre col piccolo sulle spalle, accucciata su di una roccia, succhiava il latte da un cartoncino rubato ad un incauto automobilista, evidentemente poco pratico di babbuini. Il paesaggio piatto era scandito dalle isolate baracche in legno dipinto a strisce di zebra, con l’insegna Baridi Coca Cola, dove i Maasai vendevano un po’ di tutto: erano gli avamposti commerciali delle capanne sperdute in mezzo alla savana. I Maasai fedeli allo stile di vita tradizionale non vivevano in villaggi e si incontravano solo alle fonti d’acqua, per gli scambi, per i riti e i raduni di gruppo, o all’ospedale, dove facevano partorire in sicurezza le proprie donne. Ubi era stato iniziato Maasai e gli era stata affidata la lancia del moran; la portava sempre con sé, nel bagagliaio dell’auto, anche se di solito la usava solo in settembre per andare a caccia di gnu a Narok, nei pressi del Maasai Mara, con i suoi amici del posto che gli avevano insegnato la tecnica per uccidere un erbivoro con un unico lancio, mirando alla giugulare. Concentrazione e autocontrollo erano prerogative dei guerrieri, che dopo la caccia si sollazzavano con grandi abbuffate di carne, nei due periodi dell’anno in cui gli gnu migravano dal Serengeti al Maasai Mara. Il fiume Mara, che segnava il confine tra il Kenya e la Tanzania, tra una pioggia e l’altra era attraversato a nuoto da mandrie imponenti che sfidavano le correnti fangose, i vortici e i coccodrilli, mentre a riva gli ippopotami scaldavano al sole la loro gioconda pancia rosa. Molti gnu morivano e i loro corpi venivano maciullati dalla carica degli zoccoli dei compagni che proseguivano senza sosta la loro corsa impazzita, come se l’individuo non contasse nulla, come se l’unica forma di vita veramente preziosa - da preservare a qualsiasi costo - fosse quella della specie. Tutta la savana era un’inquietante roulette russa. I predatori pazienti presidiavano le pozze dove gli uccelli e gli erbivori si abbeveravano.

Pochi giorni prima di recarmi a Nyahururu, benché ancora convalescente, non avevo rinunciato ad un safari di tre giorni nel Maasai Mara, nella terra di Narok, dove le giraffe arrivavano fino in città, i dissuasori di velocità erano striati a zebra, la moschea bianca si erigeva tra i baldacchini di biscotti, bibite e sigarette, e i bambini non andavano a scuola, indaffarati com’erano ad assillare i turisti con la loro bigiotteria di perline. Il Mara era un santuario di vita, di bellezza e di biodiversità intatto da milioni di anni. La natura faceva da padrona, con il sole, il vento, la malaria, gli insetti e il rituale quotidiano della caccia e del sangue, rosso come le acacie impolverate su uno sfondo di montagne celesti che disegnavano l’orizzonte limpido della vicina Tanzania. All’alba, ogni elemento del paesaggio si accendeva e brillava di luce propria. Allo spuntare del sole, la terra rinasceva minuto dopo minuto, e le colline verde scuro opaco avvolte nella nebbia incominciavano a risplendere di arancio. L’ampiezza del parco toglieva il respiro, con la sua moltitudine di piani orizzontali gialli, verdi, celesti e turchesi. Gnu e zebre erano più numerosi degli alberi.

Dino naturalmente non andò mai a chiedere l’elemosina e il commento di Wilma fu impietoso: “Montanaro de merda, testa dura par niente, bona soeo a spaccare nozee.”
Ma il father non si spostò di un centimetro: “I soldi bagnati di sangue non li voglio, tanto meno sulla strada che faccio tutti i giorni.”
“Te ghé un servel che no’ lo magna neanca i porsei.”
“E ti te ghé un servel da democristiana intruffolona.”
“Va su par ‘na sucara. Te sé dove ficcartela la to’ bandiera rossa.”
Arcibal fu invitato a raccontare nel dettaglio alla corte quanto visto la sera precedente il rinvenimento del cadavere, ovvero la sera del primo ottobre 2002, precisamente alle ore ventuno e venti. “Stavo rientrando a casa in macchina con mio figlio maggiore Jacob” ricordò. “Avevamo trascorso il pomeriggio a casa di amici a Ol Kalau. Alle nove e venti imboccammo la stradina che conduceva al cancello, quella che Moser qualche tempo prima aveva fatto spianare. Sono certo dell’ora perché guardai l’orologio, per vedere quanto s’era fatto tardi.”
Il pubblico ministero chiese precisazioni: “Quanto dista il Suo cancello da quello della Farm?”
“Meno di due chilometri. Il mio cancello è più vicino alla strada principale. La scena che vidi si verificò a qualche centinaio di metri prima del cancello di casa mia, cioè a pochi passi dalla strada. Dalla Farm sono circa due chilometri e mezzo.”
“Cosa vide per l’esattezza?”
Arcibal si schiarì la voce. “Vidi l’autista della Farm, Magesa, a piedi. Parlava con Moser, che invece stava seduto nella sua jeep bianca, con la portiera aperta. Era buio, ma i fari della mia macchina li illuminarono e li riconobbi.”
“I due si accorsero di Lei?”
“Certamente, di solito non passa nessuno a quell’ora. Il mio autista li superò per proseguire verso il cancello di casa mia, ma loro non rivolsero nemmeno uno sguardo alla mia macchina: erano intenti nella loro conversazione, sembravano isolati dal mondo. Qualcosa di davvero strano doveva essere successo.”
Quando l’avvocato Mimiruk controinterrogò Arcibal, non gli restò che puntare sul fattore buio, per il quale mancava l’assoluta certezza che i due uomini visti fossero la vittima e l’imputato. “Poté udire le loro parole?” chiese al teste.
“No” rispose Arcibal.
“Perché non ordinò al Suo autista di fermarsi per chiedere cosa fosse accaduto?”
“Perché non erano affari miei.”
L’indifferenza e la freddezza umana di Arcibal non bastarono a screditare la forza della sua testimonianza. Charles Magesa a questo punto era inguaiato fino al collo. Il pubblico ministero Esibi chiamò sul banco dei testimoni altre tre persone, due uomini e una donna, tutti piccoli agricoltori del posto, che giurarono di aver visto Charles nei campi dove il mattino seguente venne ritrovato il cadavere di Dino: secondo le loro deposizioni, all’alba Charles vagava solo, a piedi, come uno spettro dallo sguardo assente, un automa senza meta precisa. Fu sentito anche l’altro autista della Farm, un tale Joseph, che confermò lo stato di prostrazione e di rancore in cui versava l’imputato nei confronti del sacerdote padrone. Inoltre, decine di persone a Nyahururu avevano udito Charles Magesa ubriaco imprecare contro Dino e affermare di volerlo morto.
Durante la pausa, io e Marco insistemmo per andare a pranzo con la pubblica accusa, sperando in qualche indiscrezione. Dopo appena un paio di birre, Esibi apparve disponibile alle confidenze e molto sicuro di sé. Le sue conclusioni erano inequivocabili e dopo mangiato, mordicchiando uno stuzzicadente, ci diede un’anticipazione di quella che sarebbe stata la sua arringa finale. “Vi dico com’è andata” affermò, orgoglioso per la piega che stava prendendo il dibattimento, assaporando in anticipo il probabile trionfo giudiziario. “La sera del primo ottobre 2002, Charles Magesa lascia la Farm e si avvia a piedi all’imbocco della strada principale. Si rifiuta di parlare, perciò non sappiamo come potesse conoscere l’ora esatta dell’arrivo di father Moser di ritorno da Ol Moran. Ciò che sappiamo è che Magesa conosceva bene gli spostamenti della vittima, perché aveva accesso al suo ufficio e alla sua agenda. Dunque, quella sera si porta verso la strada. Non può attendere father Moser al cancello della Farm, correrebbe il rischio di essere visto. Finalmente il prete imbocca la vietta, verso le nove e un quarto. Magesa a quel punto fa scattare la trappola. Lo ferma. Recita una parte, gli dice qualcosa per convincerlo a recarsi con lui presso il carcere di Nyahururu: forse che qualcuno della missione è stato arrestato o che è in pericolo. Ma accade un fatto imponderabile. Contro ogni previsione, Arcibal ‘Ngamethii, che di solito è un uomo abitudinario e a quell’ora è già a dormire, quella sera rientra da Ol Kalau in auto, in compagnia del figlio e dell’autista, e trova Magesa e Moser parlare sul vialetto. ‘Ngamethii non si impiccia e prosegue verso casa. Father Moser cade nella ragnatela tessuta da Magesa. Fa salire in macchina il suo carnefice e insieme si recano nel luogo del delitto. Nel retro della prigione, sotto la minaccia di un’arma, il prete viene fatto inginocchiare a terra e picchiato con violenza, come dimostra il referto dell’esame autoptico. Magesa lo prende a calci sul costato, sulla schiena e perfino in pieno volto, fratturandogli lo zigomo sinistro. Poi lo finisce con un colpo di pistola alla tempia e fa sparire il bossolo e l’arma. La scomparsa del proiettile conficcato nel cranio è da attribuirsi con ogni probabilità ad un pasticcio dell’FBI, il mattino seguente, cosa che non ci interessa. L’ora dello sparo, e dunque della morte, risale alle prime ore del giorno, le due o forse le tre del 2 ottobre. In preda al panico, Magesa non lascia subito il luogo del delitto. Vaga per alcune ore nei campi attorno al cadavere, in preda a Dio sa quali malsani pensieri, fino alle prime luci dell’alba. E’ in quel frangente di tempo che, impugnando una lama per nulla affilata che poi fa sparire, compie il vilipendio sul corpo. Magesa è un povero disgraziato, forse viene colto da rabbia per il bell’aspetto e la virilità del muzungu, forse Moser corteggiava sua moglie, chi può dirlo? Non ha importanza. Magari ha ragione la suora, magari ha veramente agito a morsi. Disgustoso, non ci voglio pensare, la giuria stessa non ci vuole pensare. Infine, si pulisce le mani col fazzoletto che sporge dalla tasca del cadavere.”
Il pubblico ministero, tuttavia, omise di mezionare gli elementi in grado di incutere dubbi nella giuria. Dopo pranzo, Marco espresse molte perplessità. “Esibi è furbo, ascolta me” osservò. “A parte la sparizione del bossolo, qualcuno ha estratto il proiettile dalla testa e Charles non aveva né le competenze mediche né gli strumenti per farlo. Di questo non mi capacito. Se sono stati gli agenti dell’FBI, mi domando perché! E la storia della virilità o di Dino con Rose Marie, lasciamo perdere. Gli africani non hanno nulla di che invidiarci in fatto di virilità, lo sai, no? E poi, perché allora non evirarlo di netto? E Mimiruk, quel malato pervertito, so mare puttanassa: un rapporto orale, tira fuori. Ma per piacere. Povero Dino. Le sue parti basse sono diventate un caso nazionale.”
“Peccato che non sia qui adesso” risposi. “Non ho mai conoscito persona più elusiva. Dino era uno che dribblava da Dio: solo lui saprebbe dissacrare un po’ questa storia penosa.”
“Ah sì, sul dribbling non lo si batteva mica, sai. Sapessi quante volte se l’è cavata dribblando, ma non solo con quelli come me e te, gente da poco. Anche col vescovo, col nunzio, con i capi Kikuyu. Niente, quando non voleva dirti una cosa, non te la diceva. Sgattaiolava via con le parole meglio di chiunque altro, il ballista. Chissà se sotto tortura, massacrato di botte, ha parlato.” Notai un certo voyerismo nelle parole di Marco, che insistette: “Chissà cos’ha detto al suo aguzzino. Magari il grande guerriero di Ol Moran è morto frignando come una femmina. O magari gli ha detto: ‘Mi sono fottuto tua moglie’, ma solo per scherzo, eh, intendiamoci, tanto per sfida, o per scacciare la paura. E l’assassino poi l’ha punito per bene. L’uccello scorticato, Madonna che impressione.”
“Dino era un brav’uomo” sospirai infastidito. “Non merita le tue fantasticherie da oratorio.”
“Cos’è che non merita?! Ascolta me. El xera un fiol de puttana. Pace e bene all’anima sua.”
Se la testimonianza di Arcibal era stata il pezzo forte dell’accusa, anche Mimiruk serbava un asso nella manica. La carta vincente della difesa si chiamava Uberto Ferrara, il direttore della redazione giornalistica di Dagoretti, nonché il mio angelo custode quand’ero in pericolo di vita a causa della malaria. Father Ubi era uno dei missionari più popolari del Paese, nonché un coetaneo di Dino e un suo amico sincero da moltissimo tempo. Ebreo di origine, si era convertito al cattolicesimo da ragazzo e, a spese del seminario, aveva conseguito una laurea in teologia, una in filosofia e una in giornalismo. Oltre all’Italiano, parlava molto bene l’Inglese, il Kiswahili, il Maasai, e leggeva correttamente il Latino, il Greco, l’Ebraico e il Sanscrito. A Nairobi aveva fondato alcune riviste bimestrali specializzate in tematiche socioeconomiche e politiche, la cui redazione fungeva anche da sede di tirocinio per molti studenti di giornalismo, oltre che da ospizio di fortuna per i disperati febbricitanti come me. Con un guizzo di genio, dopo aver investito un capitale per allestire la sua sala di registrazione, aveva aggirato il problema della licenza mettendo in piedi un centro di produzione di programmi radiofonici, che venivano poi acquistati e trasmessi dalle radio già esistenti; grazie a questo espediente, Ubi riusciva almeno in parte a informare la popolazione keniota sui vari argomenti in ambito politico e sociale di interesse comune, pur non senza ostacoli burocratici e intimidazioni. Assieme a Dino, per tanti anni si era battuto in prima linea contro la corruzione della leadership, gli omicidi politici, la violazione dei diritti umani e il commercio di armi. Anch’egli rischiava la vita ogni giorno per la fermezza delle proprie idee e la coerenza del proprio operato. Ma il pericolo non lo spaventava affatto, al contrario, sembrava eccitarlo.
Nel 1999, Ubi mi aveva dato un passaggio da incubo fino a Nyahururu. Per strada aveva stordito la mia mente infragilita dalla malaria con terribili aneddoti sulla complessa realtà keniota, alla quale pareva perfettamente abituato. Chilometro dopo chilometro, mi sentivo sempre più vulnerabile e spaventato, e il senso di nausea mi divenne insopportabile. Ubi allora si fermò in una delle tante bancarelle di frutta lungo la Rift Valley e mi comprò delle banane per calmarmi lo stomaco, ma non smise di intontirmi con le sue bislacche teorie fantapolitiche. Sosteneva con fermezza che il più alto e segreto grado della massoneria, pur senza specificare di quale loggia, consisteva nell’adorazione del diavolo, e che il presidente Arap Moi era uno di questi massoni satanisti. Descriveva nel dettaglio allucinanti sacrifici umani con fagocitazione rituale dei genitali; a sua detta, nel banchetto finivano i bambini di strada scomparsi misteriosamente, ogni settimana, nei quartieri della periferia di Nairobi dove sorgevano le cattedrali della setta di Moi. Saltava poi alla scarsa volontà del governo di combattere la criminalità organizzata, come quella degli shiftah, che scendendo dai deserti della Somalia facevano razzie nei villaggi di contadini, ammazzando persone per un paio di scarpe o per un orologio, e finivano poi col rapinare e terrorizzare i turisti della costa. “Organizza un commando di elicotteri” proponeva, “sorvola il deserto e ammazza, ammazzali tutti!” Era uno cui piaceva ascoltare la propria voce e stupire l’interlocutore con svariati racconti. Si vantava di essere un buon cuoco e un esperto degustatore di vini, nonché un sincero amante dell’opera, passione che per anni aveva coltivato andando alle prime all’arena di Verona. Canticchiava di continuo le arie più note di Verdi. E si diceva orgoglioso di come nelle proprie parrocchie fosse riuscito ad imporre la castità pre-matrimoniale, alquanto insolita in Africa, semplicemente terrorizzando i giovani con lo spettro dell’Aids.
Avevamo imboccato la Naivasha Road verso le tre del pomeriggio, lasciandoci alle spalle l’altopiano di Nairobi, con la sua natura rigogliosa e i suoi fiori dai grandi petali, per discendere il pendio che conduceva alla Rift Valley svelando un mondo completamente diverso. Scendendo a valle, dimenticammo il paesaggio verde alpino ed entrammo nella savana desertica, dove la temperatura salì di almeno dieci gradi in pochi minuti. Il cielo celeste si schiudeva fra gli enormi massi nuvolosi in rapido movimento, quell’anno poveri di pioggia.

I babbuini in fila sul ciglio della strada osservavano le auto passare e non si scomponevano nemmeno alle corse chiassose dei matatu; una madre col piccolo sulle spalle, accucciata su di una roccia, succhiava il latte da un cartoncino rubato ad un incauto automobilista, evidentemente poco pratico di babbuini. Il paesaggio piatto era scandito dalle isolate baracche in legno dipinto a strisce di zebra, con l’insegna Baridi Coca Cola, dove i Maasai vendevano un po’ di tutto: erano gli avamposti commerciali delle capanne sperdute in mezzo alla savana. I Maasai fedeli allo stile di vita tradizionale non vivevano in villaggi e si incontravano solo alle fonti d’acqua, per gli scambi, per i riti e i raduni di gruppo, o all’ospedale, dove facevano partorire in sicurezza le proprie donne. Ubi era stato iniziato Maasai e gli era stata affidata la lancia del moran; la portava sempre con sé, nel bagagliaio dell’auto, anche se di solito la usava solo in settembre per andare a caccia di gnu a Narok, nei pressi del Maasai Mara, con i suoi amici del posto che gli avevano insegnato la tecnica per uccidere un erbivoro con un unico lancio, mirando alla giugulare. Concentrazione e autocontrollo erano prerogative dei guerrieri, che dopo la caccia si sollazzavano con grandi abbuffate di carne, nei due periodi dell’anno in cui gli gnu migravano dal Serengeti al Maasai Mara. Il fiume Mara, che segnava il confine tra il Kenya e la Tanzania, tra una pioggia e l’altra era attraversato a nuoto da mandrie imponenti che sfidavano le correnti fangose, i vortici e i coccodrilli, mentre a riva gli ippopotami scaldavano al sole la loro gioconda pancia rosa. Molti gnu morivano e i loro corpi venivano maciullati dalla carica degli zoccoli dei compagni che proseguivano senza sosta la loro corsa impazzita, come se l’individuo non contasse nulla, come se l’unica forma di vita veramente preziosa - da preservare a qualsiasi costo - fosse quella della specie. Tutta la savana era un’inquietante roulette russa. I predatori pazienti presidiavano le pozze dove gli uccelli e gli erbivori si abbeveravano.

Pochi giorni prima di recarmi a Nyahururu, benché ancora convalescente, non avevo rinunciato ad un safari di tre giorni nel Maasai Mara, nella terra di Narok, dove le giraffe arrivavano fino in città, i dissuasori di velocità erano striati a zebra, la moschea bianca si erigeva tra i baldacchini di biscotti, bibite e sigarette, e i bambini non andavano a scuola, indaffarati com’erano ad assillare i turisti con la loro bigiotteria di perline. Il Mara era un santuario di vita, di bellezza e di biodiversità intatto da milioni di anni. La natura faceva da padrona, con il sole, il vento, la malaria, gli insetti e il rituale quotidiano della caccia e del sangue, rosso come le acacie impolverate su uno sfondo di montagne celesti che disegnavano l’orizzonte limpido della vicina Tanzania. All’alba, ogni elemento del paesaggio si accendeva e brillava di luce propria. Allo spuntare del sole, la terra rinasceva minuto dopo minuto, e le colline verde scuro opaco avvolte nella nebbia incominciavano a risplendere di arancio. L’ampiezza del parco toglieva il respiro, con la sua moltitudine di piani orizzontali gialli, verdi, celesti e turchesi. Gnu e zebre erano più numerosi degli alberi.


Il safari era un’insopportabile rincorsa allo scoop della violenza e del massacro. Le camionette di turisti, come sciacalli, inseguivano i predatori in attesa di poter fotografare o filmare lo sgorgare del sangue dalla gola di un erbivoro. Decine di furgoncini bianchi e di flash abbaglianti immortalavano in un attimo la vita che evaporava dagli occhi angosciati e attoniti di una giovane gazzella di Thompson tra le fauci di un ghepardo già sazio, che uccideva solo per istinto per poi lasciare la carcassa agli avvoltoi e alle iene. Il posticcio villaggio Maasai poi, costituito di capanne poste in circolo, era una mera finzione per turisti, affollato di marmocchi sfrontati e spocchiosi, abilmente istruiti fin da piccoli a spillare dollari ai ricchi e stupidi wazungu. Gli adulti si facevano pagare per una posa e tentavano di tassare anche chi scendeva dal minibus per sgranchirsi le gambe facendo due passi, sostenendo che quella era la loro strada; qualche americano o giapponese ci cascava sempre. Donne, uomini e bambini incrostati di sterco e di mosche, assetati dell’unica risorsa rimasta, il turismo, ciondolavano attorno ai visitatori con fare invadente. A suon di litigarci e mercanteggiare, cominciavo a parlare e a puzzare come loro, e così i miei compagni di safari, tre giovani coppie di australiani, americani e neozelandesi, di fronte ai quali il mio spiccato accento latino e la mia sintassi semplificata risultavano inadeguati, perfino ridicoli. La sera, quando i branchi di vivaci scimmiette saltavano sopra le tende alla ricerca dei resti di cibo lasciati dai campeggiatori e il cielo pulito del crepuscolo africano svelava la stella di Vespero e la prima sagoma della luna, passavo minuti e minuti a cercare gli elefanti nella forma delle nuvole blu. I Maasai avvolti nei loro mantelli rossi ornati di lance e collane alimentavano il fuoco all’interno del campo circolare, esibendosi in antichi canti di guerra e spettacolari salti rituali.

Il caldo del giorno ormai morente regalava silenziosi bagliori di tuono in lontananza, mentre a poco a poco nell’aria nera comparivano stelle puntiformi, intere nitidissime nebulose e grovigli limpidi di galassie visibili solo nella purezza del firmamento equatoriale. Ed io me ne stavo lì, estasiato, a ripetermi: “Tutto questo esiste perché io sono qui a guardarlo.” Era come una professione di fede: mi stavo convincendo che la mia consapevolezza aggiungesse qualcosa di prezioso a quel mondo straordinario di monti e di oceani, di sole e di luna, di stelle e di pianeti viventi, di piante, pietre, uomini e animali. Dall’alto di una collina, osservando le sterminate mandrie selvatiche pascolare in assoluto silenzio, come facevano da età immemorabili, ebbi la sensazione di essere la sola creatura a sapere che tutto ciò esisteva, e per la prima volta mi sentii al centro del creato, come un re buono custode e garante di vita nel proprio mondo: quel mondo ancora immerso in una quiete primordiale che non sapeva di essere, e che solo perché io ero lì a guardarlo esso usciva dal sogno e diveniva reale. La mia mente illuminava le tenebre dell’indefinito, percependo e definendo, come un fuoco acceso a squarciare il buio della notte. Via via che dirigevo l’attenzione verso le forme scaturite dall’immaginazione, la mia coscenza diveniva ciò che guardava e ne assumeva le sembianze, innamorandosene.
Una sera, mentre insonne per l’emicrania sedevo al buio fuori della mia tenda e le braci del focolare al centro del campo evaporavano le ultime deboli scintille, uno dei guardiani Maasai insospettito mi puntò la torcia addosso. La luce improvvisa mi colpì come un pugno nell’occhio dolorante.
“It’s alright, I’m just smoking a cigarette!” dissi, proteggendomi la metà sinistra del viso con la mano. “Hakuna Matata.”
Il guardiano, con la sua coperta a scacchi rossi e bianchi, si sedette vicino a me. “You can’t sleep, rafiki?” mi chiese.
“No” risposi.
“Italiano, vero?”
Maledizione, ancora una volta la mia provenienza era stata individuata dall’accento; stava diventando una faccenda davvero imbarazzante, come un marchio, un passaporto stampato sulla fronte. Il giovane moran parlava l’Italiano perché aveva lavorato a lungo in un residence di Malindi. Era una caratteristica stupefacente degli africani, quella di imparare rapidamente le lingue utili per i propri affari, parlandole male ma con incredibile spigliatezza, senza preoccuparsi di grammatica, sintassi e inflessione. Gli offrii una sigaretta. Fumammo insieme, nel buio della notte.
“Sei malato, rafiki?” mi chiese il moran con premura.
“No. Ho mal di testa.”
“Allora sei malato.”
Per il Maasai l’equilibrio nel mio corpo si era infranto e ciò si definiva malattia, inutile negare. “Ho la malaria” ammisi. “Va e viene.”
“Ahi ahi” esclamazione universale. “Non è una cosa buona. Se torni al tuo Paese stai meglio.”
“No, voglio restare qui.”
“Tu non puoi restare!” affermò deciso il moran.
A quel punto mi irrigidii. Dopo tutto, chi era costui per sentenziare cosa potevo o non potevo fare? Incrociai le braccia, lo guardai in viso. “Si può sapere perché?” gli domandai.
“Perché tu sei preoccupato.”
“Certo che sono preoccupato! Il plasmodio mi mangia i globuli rossi e mi fotte il fegato; le medicine mi fanno cadere i capelli. E con ciò? Mi stai dicendo che non posso restare in Africa perché mi preoccupo?”
Il moran sorrise. “Ahi ahi, muzungu” sospirò. “Tu vieni dalla terra dell’uomo: Europe, Usa, Japan, tutte terre dell’uomo. L’uomo comanda, capisci? Ma questa non è la terra dell’uomo, questa è la terra di ‘Ngai. Perciò, se ti capita qualcosa o se ti ammali, tu non essere preoccupato. Tu siedi e basta.”
Restai per un po’ in silenzio a fissarlo. E lui ribadì: “Tu siedi e basta!”
Nel pomeriggio lungo la Rift Valley, in compagnia di Ubi e della malaria, i mantelli dei giovani Maasai al pascolo con le loro caprette punteggiavano di rosso la savana gialla d’erba arsa sotto il cielo. Il giallo della terra, il blu del cielo, il rosso dei pastori, il verde tenero del frumento giovane, il grigio gonfio e mutevole delle nuvole capricciose: i colori della terra di ‘Ngai, il Dio che non ammetteva preoccupazioni, disegnavano paesaggi fuori dalla storia.
La macchina puzzava di benzina e Ubi si fermò per controllare il motore. Approfittai della sosta per scattare delle foto ai tanti bambini che in pochi secondi avevano circondato l’auto dei wazungu, ma commisi l’errore di stringere la mano ad uno di loro. Il padre moran mi redarguì severamente. “Ma sei impazzito?” brontolò. “Nella gerarchia sociale Maasai, come di tutti i pastori, l’uomo adulto sta più in alto della donna e del bambino, e quindi deve salutarli posandogli la mano sulla fronte. Loro a quel gesto devono chinare il capo in segno di rispetto. Niente strette di mano.” Una volta capitici, tante testine con occhietti vispi e ridenti mi si accalcarono attorno, desiderose solo di essere toccate. Poi ripartimmo in auto, ma dopo poche centinaia di metri ci fermammo di nuovo. La scena stavolta fu rocambolesca. Due spavaldi ragazzi in bicicletta, vestiti con abiti occidentali, sbandavano vistosamente sulla carreggiata, probabilmente ubriachi. Ad un colpo di clacson, risposero con un esplicito gesto di vaffanculo che Ubi non gradì. Fermò la macchina, spense il motore, chiuse le sicure con me dentro. “Non muoverti per nessun motivo” mi ordinò. Poi scese e, in tutta calma, aprì il bagagliaio dove era custodita la sua celebre lancia da guerriero, compagna di tante avventure. Cominciò a maneggiare l’arma in modo minaccioso, roteandola abilmente in aria, e senza indugio la puntò alla gola del ragazzo colpevole dell’insulto. “Hai qualcosa da dire, incirconciso?” intimò in lingua Maasai. Il malcapitato non ebbe altra scelta che scusarsi e levarsela a gambe. “Solo gli iniziati possiedono questa lancia e lui lo sa” mi spiegò fiero. “In più gli ho dato dell’incirconciso, l’offesa peggiore per un uomo.”
Proseguimmo il viaggio e ai nostri occhi si spalancò il verde rigoglioso delle piantagioni che cingevano il lago di Naivasha, argenteo come una perla baciata dai raggi verticali del sole nascosto da un improvviso cielo plumbeo.
Dopo Naivasha, i Maasai vendevano arance e pannocchie arrosto sul ciglio della strada che attraversava una rada foresta di spettacolari acacie della febbre gialla, rosse di polvere. Dopo le alluvioni causate dal Niňo dell’anno precedente, nel 1999 le grandi piogge non erano arrivate nella Rift Valley. Era come se ‘Ngai avesse voltato le spalle alla gente, ritirando dal mondo la sua grazia. I Maasai vedevano morire il ritmo eterno delle stagioni; le cose perdevano colore e odore, la vita abbandonava i campi e le foreste, le pianure erano deserte e aride, striate di cenere bianca laddove l’erba si incendiava per la calura. Ma alle porte della Central Province, salendo in quota oltre i 2000 metri, l’aria si rinfrescò in un attimo. Man mano che ci avvicinavamo all’equatore, il giallo dell’erba che sbucava dal suolo lavico via via cedeva il passo alla terra rossa ferrosa degli altipiani centrali. La strada si fece tortuosa tra i saliscendi di mais poco cresciuto per la siccità. Due donne bianche di una vicina farm passeggiavano fra l’erba con i loro grossi cani. Il verde era quello dei pascoli dolomitici sopra il limite del bosco e le cime azzurre delle Aberdeares si confondevano col cielo. A qualche chilometro dalla città di Nyahururu, si erigeva lungo la strada il cartello “Equator Sign”. Ubi giurò che al di là delle Aberdares, tra Meru ed Embu, il segnale era spostato qualche centinaio di metri più a sud, e che tra i Kikuyu e i cugini Meru da anni era in corso una disputa per stabilire chi dei due avesse misurato correttamente il tracciato della linea immaginaria dell’equatore.
Gli ultimi chilometri furono la parte più ardua del viaggio. Il mio stomaco era già pesantemente provato dalle performance del mio autista, dagli sbalzi di quota e dai bump, i dissuasori di velocità che misuravano fino a quaranta centimetri sulla superficie del manto stradale. Ebbene, a Laikipia si aggiunsero migliaia di grosse pietre disseminate ovunque sull’asfalto. Solo allora Ubi ricordò di spiegare al suo malandato passeggero che da alcuni giorni da quelle parti era in corso uno sciopero dei matatu e che gli autisti in protesta lanciavano pietre contro i crumiri e le auto private di passaggio. I braccianti giornalieri aspettavano a centinaia lungo le strade, speranzosi in un passaggio dalle poche auto che si azzardavano a correre; i camion di merci provenienti da Nairobi venivano assaliti e saccheggiati da cima a fondo, i guidatori malmenati e lasciati a terra agonizzanti. “Ma tranquillo” precisò, “a quest’ora dovrebbe essere finito il coprifuoco. Vedrai che ci lasciano passare.” Gli autisti avevano iniziato un’aspra battaglia contro le nuove tasse imposte dal governo. Da Ol Kalau in su, c’erano posti di blocco ovunque. Di solito, durante i controlli, gli agenti di polizia chiedevano del chae per lasciar ripartire l’auto. Ma con Ubi non osavano: lo salutavano con un cenno della mano senza imporgli lo stop. “Mi conoscono” era la sua spiegazione. Ma all’ingresso della città di Nyahururu, anche sull’auto in cui viaggiavamo cominciarono a piovere sassate, alla faccia della fine del coprifuoco. Colpi assordanti cascarono sul tetto dell’abitacolo; grosse pietre mandarono in frantumi il parabrezza e i finestrini. Io ero terrorizzato, ma Ubi non si scompose minimamente, anzi parve molto offeso dalla mia reazione emotiva: “Sta’ giù con la testa, non aver paura, merda, so guidare!” E via, imperterrito, a premere a tavoletta sull’acceleratore, a schivare i proiettili di pietra che cadevano dal cielo e a tracciare con le ruote una gincana tra quelli già a terra, imprecando contro di me: “Se non avete le palle, bambini, statevene a casa!”
Vivi per miracolo, entrammo finalmente nel cortile della missione cattolica, mentre due guardiani armati di fucile chiudevano il pesante cancello di ferro alle nostre spalle, isolando la parrocchia dal caos della strada. Contammo ventidue pietre all’interno dell’abitacolo, ma entrambi eravamo illesi. Io continuavo a chiedermi come fosse possibile, mentre Ubi allegramente esclamava “Muriega, muriega!” andando incontro alle suore Kikuyu accorse in veranda a salutarlo.
In parrocchia c’era grande agitazione per il pericolo pietre. Dino si stava avviando in bicicletta verso l’uscita del cortile. Lo attendevano una decina di chilometri in salita per ritornare alla Farm, sotto una fastidiosa quanto inutile pioggerellina che cominciava a bagnare la polvere di Laikipia. “Ieri sera sono venuto qua per cena in macchina” spiegò a Ubi. Mi hanno detto: ‘Father, per stavolta passa, ma da adesso lascia giù l’auto, perché non vogliamo accopparti.’ Stanotte, per convincermi, qualcuno mi ha bucato tutte e quattro le gomme e Marco non mi presta la sua macchina. Io a casa ci devo andare. Parto in bici e se vedo che non è aria mi fermo. Arrivo quando arrivo.”
“Io le macchine non le rischio” confermò il suo giovane collaboratore. “Vai vai, Dino, che se ti prendono a sassate, di bici al limite ne ho altre, di macchine no.”
Un’anziana suora dal buffo nome di Antonilde lo guardò allontanarsi in salita, trasudando angoscia e tenendo d’occhio la propria bicicletta, una graziella da bambina color lilla, che le serviva per recarsi al dispensario: “Father Marco, lo lasci andare via così? A me hanno detto: ‘Sister, non fidarti, non muovere neanche la bici. Va’ al dispensario a piedi.’ Maria verzene, poro can,‘i lo copa.”
“No ‘i lo copa, no, sister. A mi e a ti ‘i ne copa, a elo ‘i ghe offre da bevare.”
Cominciavo rendermi conto di aver scelto un periodaccio per visitare Nyahururu e i missionari della diocesi di Padova, con i quali da anni i miei genitori erano in contatto. Il giorno dopo sarebbe stato il 7 luglio. Da quelle parti lo chiamavano Saba Saba, il sette del sette. In quella data, nel 1986, un gruppo di militari aveva tentato il colpo di stato per spodestare Moi, impossessandosi del controllo di una radio e asserragliandosi nello stadio di Nyahururu; i dissidenti contavano sull’appoggio dei politici dell’opposizione, prevalentemente Kikuyu, e su alcuni militari esterni agli ambienti del potere, per lo più mercenari. Moi, dal canto suo, godeva dell’appoggio della Cia; la corruzione dei mercenari a suon di scellini e auto di lusso fece il resto. In pochi giorni vennero meno gli appoggi esterni e i rivoluzionari barricati nello stadio, rimasti isolati, si arresero; a centinaia vennero uccisi dalle milizie governative e i loro corpi condotti in enormi fosse comuni in luoghi mai scoperti. Nel giorno del Saba Saba i Kikuyu di Laikipia e di Nairobi commemoravano la strage, con manifestazioni e proteste di piazza. Ma dopo i violenti scontri e le centinaia di morti degli anni precedenti, nel 1999 il governo sembrava seriamente intenzionato a seminare il terrore senza uccidere. La prima cena che consumai nella missione di Nyahururu fu teatro di un aspro dibattito sul tema.
“Per stroncare le manifestazioni di domani, i corpi speciali hanno iniziato a seminare il panico già da stasera” avvertì Marco. “Sono organizzatissimi, reclutati da tutte le città del Kenya: hanno manganelli, fucili e cani addestrati allo sbranamento. Oggi pomeriggio hanno preso a bastonate i ragazzi della scuola che volevano scioperare e sono entrati nelle case dei sospetti dissidenti politici a bastonarli, loro e le loro famiglie che mangiavano a tavola, così, solo per terrorizzare. Quest’anno l’ordine è di battere forte, ma senza uccidere: vogliono seminare il terrore evitando i morti del ‘97 e l’attenzione dei media internazionali. Vi ricordate l’anno scorso, quando per rappresaglia contro le manifestazioni, la polizia è entrata nelle aule dell’università di Nairobi sparando colpi di mitra e uccidendo a sangue freddo decine di studenti? Ecco. Nessuna giustificazione attraverso i media nazionali. Non hanno bisogno di giustificarsi con l’opinione pubblica keniota. Ma se la cosa finisce sulla CNN...”
Sister Antonilde sembrava inorridita: “Sai, father, i berretti rossi” così venivano indicati i corpi speciali di polizia giunti da Nairobi, “hanno arrestato non so quanti bambini di strada. Li tengono dentro per oggi e domani, così non fanno confusione.”
“Meglio, così almeno stasera mangiano.”
“Ma come, father? E’ una cosa vergognosa! Mi hanno detto: ‘Sister, i berretti rossi al mercato stamattina prendevano le donne e facevano quello che volevano’...”
“Sister, mi stai parlando di stupri? Bisogna vedere se è vero.”
“Be’, non credo abbiano esagerato.”
“Come sister? I Kikuyu sono fatti apposta per esagerare.”
La vecchia suora si incupì, come se stesse tramando vendetta verso i cattivi del governo. “Se non sono uniti nell’opposizione, non combineranno mai niente” protestò. “Altro che tirare pietre, almeno mettessero una bomba nella centrale della polizia!”
A tale battuta scoppiò un tremendo litigio, con Marco intento ad insultarla con tutte le proprie forze, sbattendo i pugni sulla tavola e urlando che da anni lavorava assiduamente per inculcare nei Kikuyu l’idea della non violenza e che pertanto lei non poteva permettersi di uscire con frasi del genere. Antonilde finì la minestra senza più fiatare, ma anche senza lasciar trasparire alcun pentimento. Ancora sconvolto per le ventidue pietre, inappetente per lo stress e la stanchezza, quella sera ebbi l’impressione di essere capitato in un covo di selvaggi socialmente pericolosi. Se solo Gigi e Bianca avessero saputo dove andavano a finire i loro soldi...
Se Dino e Wilma alla Farm erano una coppia perfetta, non si poteva dire altrettanto di un prete trentenne e di una suora prossima all’ottantina: Marco e Antonilde stavano insieme non per amore ma per forza, ovvero per ordine della diocesi. Da qualche tempo sister Antonilde era diventata lo zimbello della missione per una vicenda che riguardava delle mutande. Non sopportando di vedere le bambine Kikuyu andare a messa senza mutande, si era organizzata per una distribuzione gratuita di biancheria intima, la domenica mattina, nel sagrato della chiesa. Aveva preso la cosa molto sul serio: passava tutta la settimana a cucire mutandine ricavate da vecchie pezze e lenzuola. Le Kikuyu apprezzarono molto l’iniziativa, tanto che a fare la fila per le mutande le fanciulle accorrevano sempre numerose. Ma erano sempre le stesse. Antonilde allora cominciò a nutrire dei sospetti: fece seguire le piccole Kikuyu e scoprì che i loro genitori rivendevano a peso d’oro le graziosissime mutandine della missione ai mercati dei propri villaggi. Mentre Alice era una stimatissima infermiera, Antonilde non aveva un ruolo ben definito. Aiutava l’amica al dispensario pur senza avere un diploma, facendo delle piccole medicazioni; si occupava della catechesi delle suore Kikuyu e insegnava loro economia domestica. Il suo peso all’interno missione diventava di anno in anno più insignificante, un retaggio obsoleto dei missionari vecchio stampo improntati sulla carità cristiana e sull’assistenza gratuita delle anime e dei corpi. Ma dopo quarant’anni passati a Laikipia, cos’altro avrebbe potuto fare? Non era stupida e si rendeva ben conto della propria inutilità, ma nascondeva dignitosamente ogni amarezza. Marco tuttavia non gliene perdonava una. Senza alcuna pietà o rimorso, era capace di affermare in sua presenza quanto odiasse avere tra i piedi una suora vecchia, rimbambita e ignorante. Quando la sera tornava esausto dopo una giornata di lavoro e di problemi, in sala da pranzo esordiva con entusiasmo: “Good evening Good evening Good evening! Porca bestia che fame, non mangio da stamattina, cosa mi hai preparato di buono, sister?” Poi, guardando nel piatto, l’animo gli si affievoliva, e allora si irritava come un barbaro: “MINESTRINA?! Ma porca puttana, sister, diavoeo marso che’l can anca queo, vuoi farmi cascare le palle? Sai che torno alla sera che ho una fame da bestia e cosa mi fai? LA MINESTRINA?!”
Antonilde faceva di tutto per non cogliere la provocazione, recitando incurante a testa bassa la preghiera standard: “Signore, benedici il cibo che ci dai e danne a chi non ne ha”. Qualche volta si consolava ad alta voce: “Le perle ai porsei”. E quando Marco, dopo cena, si esibiva nel suo consueto repertorio di scatarri e sputi nel giardino della missione, lei commentava scoraggiata: “Pezo dee bestie.”
I due non concordavano neanche sul fattore estetico. Lei collocava amorevolmente un piccolo crocifisso addolorato sulla spalla di una bella statua africana in legno, ritraente la Madonna col bambino, e lui puntualmente lo ributtava dentro un cassetto, premurandosi di chiuderlo bene a chiave e brontolando: “Madonna, che impressione. Chi è che ha messo ‘sta croce macabra sulla spalla della Madonna col bambino? Sei stata tu, sister? Per forza che sei stata tu.”
Antonilde, da buona amministratrice domestica, non poteva sopportare il modo con cui Marco distruggeva una macchina all’anno, a spese della missione, a causa della sua guida imprudente. Viaggiando a centoquaranta chilometri all’ora di velocità media, Marco nemmeno si accorgeva dei bump e delle buche delle strade dissestate del Kenya: ci volava letteralmente sopra. Percorreva la Rift Valley nel tragitto Nairobi-Nyahururu in meno di due ore e sventrava le jeep una ad una, un po’ alla volta, lasciando sull’asfalto marmitte, ruote e paraurti. Anche se aveva alle spalle diversi incidenti di montagna ma nessun incidente stradale, molti dei suoi colleghi si rifiutavano di viaggiare con lui, perché dopo ogni tragitto finivano con l’avere i muscoli delle braccia doloranti per giorni a forza di reggersi al cruscotto, paralizzati com’erano dal terrore. L’autista Charles, invece, lo vedeva come un modello di efficienza: “Father Marco domani partirà alle otto perché ha un appuntamento a Naivasha alle nove. Per me ci vogliono almeno due ore da qui a Naivasha, ma per father Marco solo un’ora.” Qualche volta il giovane prete lo ammetteva: “Go’ corso come un danà.” E qualche volta gli andava male, specie durante le piogge, quando gli capitava di trovarsi fuori strada col muso della jeep piantata nel fango. Non era insolito che tardasse a cena per questo. A sister Antonilde spettava sempre l’ingrato compito di informare gli altri: “Ha telefonato adesso father Marco col cellulare. El se gà impiantà. Ha dovuto chiamare la Farm che vengano a tirarlo fuori col trattore. Ha detto: ‘Sister, sono quaranta minuti che Dino prova a tirarmi fuori con la fune e non ci riesce. Dite dieci Ave Maria perché ha perfino tirato una bestemmia. Sono piantato di un metro e mezzo.’ Ma come ha fatto a piantarsi di un metro e mezzo? Vuol dire che correva come un matto, è inutile che dica di no.” In quei casi, Marco arrivava in cucina due o tre ore dopo, col fango fino all’inguine, fingendo l’indifferenza e mangiando a testa bassa l’orrenda sbobba riscaldata.
Di Antonilde e delle suore come lei, il giovane father non sopportava il buonismo e la carità compassionevole che per anni era stata praticata anche a costo di arrecare danni sociali, deresponsabilizzando i Kikuyu. In una parola, non sopportava la vecchia scuola. “Ma diavoeo marso” raccontava con disprezzo, “la cuoca di Antonilde, anno dopo anno, le ha rubato trecentomila scellini: sai cosa sono trecentomila scellini? Circa nove milioni di lire. Ecco, quando l’ha scoperta, credi che Antonilde l’abbia licenziata? Ma scherzi?! Si è giustificata tirando fuori la virtù cristiana del perdono, perché la cuoca le faceva pena. Perdono un cazzo, dico io, sai qual è il problema? Che le suore purtroppo sono mamme e le mamme fanno sempre danni. Qua in Africa ha fatto più danni il loro «mi fa pena» che tutte le guerre e le malattie messe insieme.”
In effetti, con il mio arrivo a Nyahururu, Antonilde si rivelò una mamma premurosa fino allo stucchevole. Non riusciva a memorizzare il mio nome: confondendomi con altri ragazzi che avevano frequentato la missione, mi chiamava Tommaso, Federico, Tiziano, o semplicemente “bambino”. A me andava benissimo essere soffocato di cure e di attenzioni, avevo bisogno di recuperare energie e peso corporeo; divoravo tutto avidamente, gustando ogni singolo boccone. Antonilde faceva proprio al caso mio. Del resto, non le capitava tutti i giorni che qualcuno apprezzasse la sua cucina: non le pareva vero. “Guarda che devi mangiare, sai?” insisteva. “Mangia, Federico, che così stai meglio presto! Prenditi anche una patatina... un’altra, dai! Guarda, bisogna che mangi, Tiziano!” Il cibo migliore come la carne spesso veniva tolto dalla bocca di Marco per sfamare l’ammalato. Il prete, di ritorno da una giornata di lavoro, non gradiva affatto la cosa. Ma lei continuava imperterrita: “Tò, prenditi anche uno di questi biscotti, che poi te ne faccio ancora. Dimmi, e se ti cucino un uovo? Ti piace la frittata? Ti piace il pane caldo? E se ci mettiamo dentro un po’ di salame, bambino, ti piace? Prenditi un’altra cipollina, di quelle che ti piacciono, dai!”
Finché una sera Marco scivolò con un complimento, seppur a denti stretti: “Diavoeo marso, sister, mi faccio venire la malaria anch’io.” Lei fece una risatina trionfante sotto gli occhiali da vista grandi e spessi. Perfino chi aveva sempre disprezzato i suoi piatti ora sembrava leccarsi i baffi e la cosa le avrebbe permesso di riguadagnarsi un briciolo di rispetto nella missione. Io ero stato il pretesto per tirar fuori il meglio di sé. Antonilde mi era molto affezionata.
Il sette luglio del 1999, in linea con i piani governativi, le perdite in termini di vite umane furono ridotte al minimo: morì una sola persona, un guardiano di origine indiana che presidiava una ricca villa Kikuyu. Le agenzie di stampa telefonarono a Marco, chiedendo il numero delle vittime, ma un solo morto non fece notizia e nelle testate giornalistiche internazionali non uscì una riga. Neenche i media kenioti diedero risalto ai fatti di Nyahururu: le TV erano sotto controllo e i giornalisti, a causa dei problemi alle linee telefoniche, faticavano a scambiarsi informazioni sull’andamento delle proteste nelle due zone calde Kikuyu, Nyahururu e Nairobi. Il moran e il muanake bianchi trascorsero il Saba Saba per le strade, tra la gente. Ubi guardava con superiorità i preti di Nyahururu: “They are kids” commentava ridendo: sono solo dei mocciosi. Di Dino invece aveva ben altra opinione: non c’era notizia confidata dall’amico montanaro che Ubi non pubblicasse nei suoi periodici, girando poi le news più importanti alla Misna, l’agenzia di stampa missionaria. La sera, il padre dei Maasai recitò una messa nella chiesa di Nyahururu. Non parlò di politica, né del bilancio della giornata, ma di come Dio punisse gli uomini per i loro peccati attraverso la malattia, sostenendo che solo chi è malato nell’anima si ammala nel corpo, citando qualche filosofo latino, come era solito fare. Io ero troppo debole per risentirmi o spaventarmi, ma un collega di Marco, un tale padre Gio, durante l’omelia se la fece nei pantaloni. La puzza di merda impregnò la chiesa. Dopo la messa ad effetto lassativo, Ubi gli disse: “Un uomo, per entrare nelle grazie di Dio, deve passare molto tempo a tavola, in bagno e in preghiera. Tu stai a due su tre: sei sulla buona strada per la santità.”
Dopo il trasferimento di Dino a Nyahururu, i Kikuyu del Nord avevano dovuto accontentarsi di lui: anziano parroco che faceva la spola tra Ol Moran e Ol ‘Ngarua, a ridosso della proprietà di Rosalba Flores Mocenigo, Gio era noto per la pistola scarica che portava sempre nella cinta dei pantaloni dopo la strage di Ol Moran, ma soprattutto per la dispepsia e i problemi digestivi che lo tormentavano da sempre, condizionandogli l’esistenza. Trascinava nervosamente il proprio colon irritato per le strade di Laikipia, ruttando e scoreggiando senza ritegno. Quando si recava in vacanza in Italia una volta all’anno, era un abitué del reparto di medicina tropicale di un ospedale del Veronese dove i missionari erano soliti andare a rimettersi in sesto; non c’era parassita, infatti, che non avesse trovato ospitalità nelle sue budella durante i tanti anni passati in Kenya: malaria, tifo, ameba, gastroenteriti virali. Ciò nonostante, Gio era capace di mangiare in una sola sera un panettone intero spalmato di marmellata e un toast col salame per dessert. Soffriva di gravi crisi ipoglicemiche e all’incombere della fame diventava intrattabile. Tutti lo schernivano dal giorno in cui, durante una messa, era entrato in crisi ipoglicemica cominciando a balbettare e aveva dovuto interrompere la predica, mentre le suore si affrettavano a cucinargli una pasta d’emergenza. Ma soprattutto, ogni Kikuyu di Laikipia raccontava di quella volta che father Gio aveva fatto attendere il presidente Moi in persona, recatosi a Ol ‘Ngarua per i funerali solenni di un funzionario del governo nativo della zona. Moi viaggiava da gran re, con una schiera di segretari e servitori da pantomima, perfino con un water chimico portatile. Il buon vecchio Gio però, prima della cerimonia funebre, stava mangiando la sua pasta: conchiglie con panna, prosciutto e piselli. “Ho capito che c’è il presidente” disse ai chierichetti che, con il cuore in gola, lo pregavano di sbrigarsi. “Fosse anche il papa, io arrivo quando sono pronto.”
La parrocchia di Ol ‘Ngarua ospitava una chiesa circolare nel mezzo di un gioioso groviglio di buganvillee, acacie della febbre gialla e alberi del pepe; qui, per conto di Nyahururu, Gio gestiva con gran calma una cooperativa per la vendita del latte, un dispensario medico, un politecnico per falegnami e fabbri e un progetto di microcredito. A Ol Moran, invece, aveva fondato una cooperativa di donne tessitrici, ridando speranza al mercato artigianale locale a fronte dell’invasione del mercato dell’usato gestito dal figlio di Moi. Il governo proibiva ai missionari di distribuire gratuitamente vestiti di seconda mano donati dall’Europa, ufficialmente per difendere la produzione locale, in realtà per impedire scomode sovrapposizioni agli affari di Moi Jr. Così, da circa dieci anni, i Kikuyu avevano preso l’abitudine di vestirsi con miseri abiti occidentali: gli uomini indossavano giacche scure di lana lisa e bucata, rovinate da macchie indelebili, le donne grossi golf colorati sopra le camicette leggere. I bambini nelle shamba, spesso nudi dalla vita in giù, vestivano piccoli piumini imbottiti, giacche a vento, berrettoni o passamontagna. Gio criticava sempre le mamme Kikuyu perché coprivano la testa dei loro figli lasciando fuori, al freddo, la pancia. Come tutti gli altri, era un prete piuttosto benvoluto dai Kikuyu. “Non è che mi piaccia (rut, scusa) che qui si fidino di me e non del governo, che la mia parrocchia (rut, scusa) si sostituisca allo Stato” affermava. “Ma è un fatto.”
Mi sembravano passati anni luce dal giorno del mio primo arrivo a Laikipia. In quella missione, negli anni a venire, avrei vissuto, lavorato, combattuto, sofferto e gioito, a fianco di suore e sacerdoti straordinari, pur nella loro discutibilissima umanità, che dapprima mi avevano sconcertato ma che in seguito avrei amato quasi fossero la mia famiglia.
Il tuffo nel mio passato svanì appena Ubi aprì bocca. Seduto sul banco dei testimoni, il padre moran giunse subito a quello che a suo parere era il nocciolo della questione, senza fronzoli. “Secondo quanto cercò di darci a bere l’FBI” dichiarò, “Dino si sarebbe suicidato in preda a insopportabili sensi di colpa in seguito a presunti peccati di natura sessuale, per altro mai provati. La Chiesa insorse e i Kikuyu di tutto il Paese promossero una petizione chiedendo alla magistratura di riaprire il caso. Ora che finalmente siamo giunti ad un processo per omicidio, corriamo il rischio di condannare un uomo che di questo infame crimine è stato al massimo un complice, o forse meno, un testimone. Chi avvisò l’FBI che il cadavere di un uomo bianco giaceva nel cortile della prigione, ve lo siete chiesti? Charles Magesa forse? Oppure Ole Karam? Non è più logico supporre che gli stessi assassini abbiano avvisato il loro mandante e che egli a sua volta abbia informato il suo e così via, fino all’interessamento del corpo investigativo americano, coinvolto ad hoc per depistare le prove?”
Ubi rammentò poi alla corte l’episodio cruciale che aveva segnato indelebilmente la vita dell’amico, il Saba Saba del 1997, l’anno prima del genocidio di Ol Moran. “Il 7 luglio del 1997 Nyahururu contò centinaia di morti. Giovani assassinati a colpi di machete e di mitra, per mano dei corpi speciali. Ci sono vari tipi di cadavere, dopo una giornata del genere. Il cadavere ucciso da un colpo d’arma da fuoco lentamente si gonfia, giorno dopo giorno, finché il corpo saturo di gas esplode. Un corpo sventrato dal machete, invece, è già aperto, e si decompone più rapidamente, i liquidi defluiscono subito: non resta più niente da raccogliere, se non dei brandelli sfilacciati. Il governo per rappresaglia impedì lo svolgimento dei funerali delle vittime. Per quaranta giorni centinaia di corpi assassinati rimasero all’obitorio dell’ospedale di Nyahururu. In assenza di celle frigorifere, scoppiò una bomba batteriologica, a malapena sigillata. L’odore di morte infestava le case distanti chilometri. Quando finalmente arrivò il nulla osta del governo per la sepoltura, nessuno voleva entrare o anche solo avvicinarsi all’obitorio. Dopo una notte passata in preghiera, Dino prese la decisione di formare una squadra per recuperare i poveri resti e seppellirli fuori città. Il mattino seguente, entrò nell’obitorio assieme ad alcuni volontari, con stivali di gomma fino all’inguine, guanti di lattice, impermeabile e bandana avvolta attorno al volto. Ci misero quattro giorni a ricomporre tutti i cadaveri. Qualche volta un sacco scivolava dalle mani di un volontario e cadeva a terra: ossa marce e liquame si riversavano sull’asfalto. Recuperavano quel che potevano e sul resto gettavano un secchio di acqua e varechina. I corpi sciolti dei morti si asciugavano così ai bordi delle strade, mescolati alla schiuma dei disinfettanti. I volontari per lo più erano parenti stretti delle vittime, che ressero meglio il colpo perché trassero soddisfazione dal poter dare degna sepoltura ai loro cari, o almeno a parte di loro, dopo un’attesa così lunga. Dino invece ne uscì distrutto. Un ragazzo che in piazza aveva perso due fratelli, guardando le ossa per terra, gli chiese: ‘Father, è solo un sogno?’ E lui rispose: ‘Sì’. Bè, Dino sognò talmente forte che gli vennero i capelli grigi. Poche settimane dopo quel drammatico episodio, gli suggerii di trovare conforto nella fede. Fu allora che mi confessò i suoi dubbi. ‘Ho perso il dono della fede’ mi disse. ‘E sai una cosa? Non ne sento la mancanza, ho smesso di pregare per riaverla. Ne ho parlato col nunzio. Mi ha detto che esagero, che devo solo prendermi una vacanza e scalarmi le Tofane.’ Dino soffriva, signori, si sentiva schiacciato dalle responsabilità, e tutti abbiamo sottovalutato il suo dolore.”


Lo sfogo di Dino, riferito in aula da father Ubi, scosse profondamente i presenti. Il Kenya era una terra di estremi, dove tutto era interconnesso, anche la salvezza dell’anima e i massacri dei corpi. La morte e la vita si alternavano inesorabili nel meraviglioso e cruento gioco cosmico. Gli elefanti devastavano gli orti necessari alla sopravvivenza, il leopardo sbranava i bambini che giocavano inermi tra le piantagioni di mais, e tutto questo veniva accettato come parte della perfezione dell’insieme. La tradizione e la globalizzazione si intersecavano in modi strani, non sempre coerenti; la gente danzava in abiti tradizionali e scarpe nike di seconda mano; animismo e cristianesimo si fondevano in una spiritualità travolgente e suggestiva. Non sempre gli aiuti internazionali erano assistenzialistici e fallimentari, e non sempre la solidarietà missionaria era un vile ricatto per portare nuove anime alla fonte battesimale. Gli interessi del mondo combattevano le loro battaglie mandando gli innocenti ignari in prima linea, e tuttavia in ogni momento la guarigione e la pace potevano germogliare dalle ferite, gli ignari potevano comprendere, unirsi e riscattarsi, e tra i cumuli di spazzatura poteva nascere un albero o una capra rachitica partorire i suoi piccoli. Ma Dino era arrivato ad un punto in cui tutto questo gli sembrava ormai insopportabile; se scherzava sempre su tutto, era solo per esorcizzare la disperazione. Uberto proseguì: “Scatta qualcosa dentro la tua testa e dici: basta, sono stanco di vedere. Perché hai visto l’inferno e per ritornare a percepire un barlume di equilibrio nel mondo dovresti vedere il paradiso e, vi assicuro, non basterebbe scalare l’Everest. Dino era su quella linea di confine. Mi disse: ‘Se Dio vuol salvarmi, che venga lui da me, io non ho più forze per uscire.’ E chi può fargliene una colpa, dopo che aveva visto i corpi della sua gente trasformarsi in anonimo fetido liquame, e solo per rappresaglia del governo?”
Father Ubi giunse dunque al clou della propria deposizione. “A metà ottobre 2002, Dino avrebbe dovuto partire per i Paesi Bassi, per parlare con un magistrato olandese. Vedete, Dino non era solo un uomo che parlava apertamente contro la corruzione e la violenza criminale del governo Moi. Nossignori, Dino agiva. Negli ultimi due anni di vita, aveva raccolto prove e testimonianze sugli scontri etnici tra i Kikuyu e i Samburu avvenuti a Ol Moran nel 1998, e ancor prima, tra il 1992 e il ‘93, a Naivasha, tra i Kikuyu e i Maasai della Rift Valley. Intendeva dimostrare il preciso disegno presidenziale che aveva animato e armato l’antica rivalità tra agricoltori e pastori, ed era pronto a consegnare tutto il materiale probatorio al Tribunale dei Diritti dell’Uomo dell’Aja, perché intendeva denunciare Moi per genocidio.”
Un boato si levò dall’aula affollata, mentre Ubi allungava al giudice ‘Ngomeba una fotocopia del biglietto KLM Nairobi-Amsterdam, prenotato a nome Dino Moser per il 18 ottobre 2002. In pochi istanti, tra i Kikuyu di Laikipia e tra tutto il personale della missione tornò alla ribalta l’antico sospetto dell’omicidio a sfondo politico: father Moser come un personaggio scomodo da eliminare a qualsiasi costo. Charles rimase seduto a fianco del suo avvocato, con compostezza e sguardo impenetrabile, come se nulla lo toccasse. Wilma, certa in cuor suo di conoscere la vittima meglio di chiunque altro, scattò in piedi. “TACI, DIETROLOGO!” urlò. “Giudice, questo miscredente fa solo confusione: Dino doveva andare ad Amsterdam per parlare col direttore di una Ong e accordarsi su un progetto sanitario da avviare a Nyahururu!”
“Oh sì?” le rispose Ubi con sarcasmo. “E’ così che ti ha detto?”
Dal fondo dell’aula, si levò la voce di una donna musulmana: “Allah è grande!”
“Sì, ma non abbastanza” troncò lui.
“Come ha avuto quel biglietto?” si premurò di domandare ‘Ngomeba.
“L’ho fotocopiato nello studio di Dino, con la sua macchina fotocopiatrice, dopo l’omicidio. Il biglietto si trovava in un cassetto della scrivania. Il 3 ottobre, mentre tutta Nyahururu era al funerale, ho avuto un po’ di tempo per frugare nel suo ufficio alla ricerca di qualcosa di utile per dare una spiegazione all’accaduto e, signori miei, ecco qua: l’ho trovato.”
“Lurido lestofante” commentò Wilma disgustata. “Se non ti guardi le spalle, questo ti incula anche per di dietro.” Marco le diede un calcio sullo stinco e Claudette impallidì di fronte a tanta grazia verbale.
In effetti, c’erano parecchi aspetti di father Ubi che non convincevano nemmeno me. Un giorno, colto da un incontenibile attacco di dietrologia giornalistica, avevo perfino chiesto a Dino se Ubi non fosse per caso un agente dei servizi segreti. Lui era scoppiato in una gran risata: “Ubi è un attore di teatro” mi aveva risposto. “Ha recitato per anni a Verona, prima di venire qui. Sa dare agli africani quello che vogliono: scena.”
Rivolgendosi alla corte, Ubi supplicò: “Vostro Onore, in nome di Dio, cerchiamo la verità. Lasciamo cadere le accuse contro l’autista, che è vittima di un disegno ben più grande di lui, del quale forse non è neanche consapevole. Non accontentiamoci di un capro espiatorio. E’ avvenuto un gravissimo crimine di natura politica e satanica. Moi adorava il diavolo e nella sua chiesa sgorgava il sangue, sotto l’effige del crocefisso capovolto: banchetti a base di carne umana, signore e signori, con una spiccata preferenza per i genitali delle vittime. Dove credete siano finiti i bambini di strada, scomparsi a centinaia a Nairobi durante i lunghi anni di governo Kalenjin, o i dissidenti politici mai più rientrati all’università? O il sesso del vostro muanake?”
Dopo aver richiamato tutti alla calma, scongiurando la mossa impopolare di far sgomberare l’aula, ‘Ngomeba pregò Ubi di attenersi ai fatti processuali. “Fu father Moser in persona” gli chiese, “a confidarLe l’intenzione di denunciare Moi?”
“Non in quei giorni” ammise il missionario giornalista. “Ma tante volte, negli ultimi anni, mi aveva detto: ‘Io quello lo trascino all’Aja.’ A Dino piaceva scherzare, ma mai parlando di politica e di diritti umani.”
Il dibattimento proseguì e il pubblico ministero David Esibi controinterrogò il teste della difesa. La sua domanda trafisse l’aula giudiziaria, tagliente come una lama: “Lei è un giornalista e, proprio come father Moser, è stato un accanito oppositore del governo Moi. Se la Sua tesi corrispondesse a verità, perché qualcuno avrebbe scelto di eliminare Moser risparmiando la Sua vita?”
Ubi esitò un attimo prima di rispondere. Sorrise e si fece attendere, come gli piaceva fare. Poi disse a Esibi: “Lei crede nel potere della maledizione?”
La parola maledizione fece subito effetto e un silenzio tombale calò in aula come un manto funesto.
“Se un uomo mi ucciderà” continuò, sfoderando la propria voce da tenore, “la maledizione cadrà su di lui, sulla sua famiglia, sui suoi figli e sui suoi nipoti. Nessuno avrà più pace, ma solo tormenti, finché l’ira della mia anima non si sarà esaurita. Il mio ego è troppo saldo e non accetterà di morire assieme al corpo: ci vorrà molto tempo prima che trovi pace. Generazioni e generazioni tremeranno la notte. Mi placherò solo quando i colpevoli saranno periti degli stessi crimini commessi contro di me.”
In tribunale si spensero le luci. I black out erano frequentissimi in tutto il Kenya, ma quel giorno la luce mancò proprio nel preciso istante in cui Ubi stava ruggendo le proprie parole di vendetta e la coincidenza colmò di paura l’animo dei presenti, già turbati dalle frequenti incursioni degli elefanti nelle shamba. Ubi si rivelò una figura sinistra in grado di incutere terrore tra i Kikuyu. La sua ombra incarnò tutto ciò che c’era di ignoto nella natura, quella forza che si opponeva alla pretesa dell’io razionale di poter dominare il mondo attraverso la conoscenza e il controllo. Se inascoltata, l’ombra di Ubi avrebbe avuto una funzione disturbatrice per la comunità; sarebbe piombata nei villaggi, minacciosa come uno stregone cattivo, come un briccone vestito da pagliaccio, che con la sua astuzia maligna si sarebbe sempre sottratto alla presa della ragione. Ubi era lo stregone tribale che giocava tiri mancini ed elargiva maledizioni, mettendo gli uomini disattenti in serio pericolo. Le sue parole di maleficio avrebbero potuto scatenare una serie interminabile di incidenti mortali apparentemente casuali, in cui sarebbero state le stesse vittime a fare il fatidico passo falso, inconsapevolmente tradite e nel contempo attratte dall’abisso inascoltato. I missionari wazungu predicavano solo la benevolenza di Narok, la faccia misericordiosa di Dio, che chiamavano col nome del Cristo redentore, relegando il male e la paura nelle profondità della terra, nelle tombe degli antenati. Non credevano alla realtà del male e miravano al raggiungimento di un’umanità nuova e cristiana, priva di emozioni e di istinto. Ma la madre terra era sopravvissuta di nascosto, ora amorevole e affettuosa, ora cruda, arcaica e spietata, assetata di sesso e di sangue, scura come la faccia arrabbiata di Dio, subdola come il serpente tra l’erba dei campi, terribile come il cielo di Laikipia prima del temporale. Il culto del sommo bene solare dei wazungu non avrebbe mai ucciso madre natura, i suoi mirabili cambiamenti stagionali, l’azzurro delle sue notti, la luce lunare delle sue acque, la sua fame di vita e di sangue, la sua bruttezza antica e cruenta, ritratta nelle maschere tribali che i coloni amavano appendere come trofei nei loro salotti imbiancati. Lo spirito ctonio temuto e ripudiato dai missionari non era scomparso, ma solo confinato nelle lunghe ore della notte, quando l’elefante posseduto dall’anima senza pace di father Dino si aggirava indisturbato per le piantagioni.
Il black out avvenne di tardo pomeriggio, quando il tramonto equatoriale era ormai prossimo, pertanto il giudice ‘Ngomeba aggiornò l’udienza al giorno dopo. Le suore uscirono dall’aula giudiziaria con sguardi disgustati. I cattolici guardavano con sospetto al ben noto interesse per i fenomeni occulti di Uberto, e soprattutto alla sua familiarità con il lato oscuro della psiche. Marco credeva che Ubi fosse in lega con il diavolo e che praticasse la magia nera; magari conosceva così bene le perversioni della vecchia classe dirigente perché aveva preso parte personalmente ai banchetti di carne umana. I Kikuyu invece avevano tutt’altra considerazione per il father venuto da Nairobi. Ubi era un profondo conoscitore dell’antico testamento, che svelava un Dio capace di creare con la mano destra e di distruggere con la sinistra. Il Dio giudaico di Ubi dava la vita e faceva morire, era misericordioso e vendicatore, buono e iracondo, capriccioso ed egocentrico, ora benevolo, ora preda di imprevedibili malumori e catastrofici attacchi d’ira. Era un Dio addirittura fedifrago, che veniva meno ai patti col suo popolo, il quale si vedeva costretto ad ubbidirgli non per amore, ma per paura; un padre talmente spietato da lasciar morire il proprio figlio, che pur gridava, supplichevole, dalla croce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?” I Kikuyu capivano bene quel Dio crudele, che conoscevano e temevano con il nome di Nanyoke, la faccia rossa di ‘Ngai. Nanyoke, incandescente di rabbia, dall’interno della montagna che era la sua dimora, sputava fuoco sui villaggi e sui campi, distruggendo ogni vita. Solo una volta sbollita la propria ira, si freddava, trasformandosi in Narok, la lava spenta, la cenere nera che fertilizzava le pendici permettendo il nuovo germogliare delle piante. Per i Kikuyu il timore era un sentimento naturale almeno quanto la venerazione, come il sorgere del sole, lo scioglimento della brina del mattino, la pioggia dopo una prolungata siccità. Lo stupore per le cose scolpiva le loro vite. Oltre l’assoluta semplicità dei gesti di ogni giorno, limpidi ed essenziali, come procurarsi cibo e acqua, fare figli e sfamarli, al calare del sole Laikipia si popolava di spiriti, le notti si trasformavano in incubi di fede e superstizione, gli elefanti posseduti dalle anime dei morti invadevano le piantagioni e i serpenti strisciavano tra l’erba. Ogni cosa respirava. Quando il vento faceva frusciare le foglie della foresta, i Kikuyu avevano paura.



